di Elisa Schiesari

“Un corpo senza difetti e’ come una tavolozza senza colori, non ha nessuna sfaccettatura improvvisa, impropria, inadatta, imperfetta.” Con queste parole Claudia Rossetti traccia i confini del suo essere pittrice e del suo essere pittorico: figure che riportano ad una realtà oggigiorno sempre più oltre il fragile muro dell’apparenza. Le sue donne sinuose non appaiono perché sono la summa di tutto quello che lentamente cerchiamo di neutralizzare… le nostre imperfezioni, le nostre paure e il tutto viene reso senza una aggressione coloristica, senza l’esasperata matericità contemporanea: la sua ricerca, che va ben oltre la pennellata, è data da un approccio quasi fisico con la tela, un’immedesimazione erede del do ut des latino, lanciandosi sulla sua superficie, distaccandosi da quelle immagini che ne affollano il suo candore e che oramai fanno parte del nostro collettivo. Non teme quella parete bianca, anzi, la osserva e in pochi attimi crea le sue immagini. L’assenza di volto è l’idealizzazione preclassicista della bellezza, una non identificazione che rende giustizia non più a soggetti imposti ma ad un canone interiore, personale… intimo, e le sue immagini infatti assomigliano a ciò che la nostra mente visualizza nei nostri occhi, quando una volta chiusi dopo aver osservato qualcosa, veniamo investiti da colori e forme che non sempre riusciamo definire ma che ci affascinano. Nell’avvicinarsi alla produzione artistica di Claudia Rossetti sembrano risuonare da lontano innanzitutto delle musiche, inizialmente lente sonate, poi ritmi incalzanti, ed infine tamburi in festa che scaldano il sangue ed accompagnano danze tribali. L’artista ci ricorda che di fronte allo scorrere della vita l’atteggiamento dell’uomo dev’essere quello di abbandonarsi al flusso degli eventi, senza cercare contrasti, consapevoli che nel disegno dell’Universo siamo amore, gioia e perfezione. Nell’etimologia della parola arte troviamo il senso principale di andare, muoversi verso qualcosa e la pittura della Rossetti si fa proprio portavoce del moto, dell’incedere incessante degli accadimenti, a cui talvolta non sappiamo dare spiegazioni, ma che nel processo della vita trovano piena collocazione e significato. Claudia sembra non temere lo spazio inerte della tela, per cui, fin dalle prime prove artistiche, evita volutamente di tracciare su di essa qualsiasi segno a matita prima di intervenire con il colore. L’assenza di un disegno preparatorio sul supporto è dovuta alla natura istintiva del suo essere e del suo agire pittorico, che rifiuta l’accademica visione chiaroscurata delle volumetrie, che in genere sottostà e guida la stesura del colore. Ciò non toglie però che l’artista dedichi del tempo allo schizzo, per cui, rigorosamente a parte, si prepara alla fase creativa, come se aprisse i canali alla sua visceralità, mediante uno studio veloce delle forme e dei particolari del corpo. Infatti, al centro del suo repertorio figurativo troviamo la figura dell’uomo, vista nelle sue plurime sfaccettature, stilizzata e priva di volto. L’artista parla al femminile, sulla tela si accavallano e sovrappongono sagome di donna, modellate da linee sinuose e cromie delicate, stese quasi ad acquerello, carnose, fertili, cariche di energia creatrice, di passione per la vita e desiderose di accogliere e raccontarsi. Nascono dall’incessante necessità di Claudia di scavare nel suo Io, di indagarlo in tutti i suoi aspetti, di dar sfogo alle sue pulsioni e sfociano in una produzione dal nome “Le CRisalidi”. Il rimando è allo stadio evolutivo dell’insetto, che da embrione, diventa pupa (o crisalide), per poi mutarsi in farfalla e spiccare il volo. La serie di dipinti travisa dei cambiamenti avvenuti nella vita personale dell’artista, per cui ai corpi di donna, dapprima soli e forti soltanto di sé stessi, si accompagnano quelli di un uomo e di una bambina. Nasce infatti nel settembre 2010 la figlia Emma Vittoria e Claudia incontra l’amore. Nei quadri la storia di una donna si completa di una famiglia, che si libra nell’aria con ancora più vigore e presenza. Una volta raggiunta questa stabilità familiare ed emotiva decide inoltre di spezzare completamente ogni tipo di inibizione all’espressione della sua creatività. Sperimenta vari supporti, come il cuoio, e si libera alla folle, ma calibrata, azione del colore. Questo, steso con pennelli, con le dita, con spatole, diventa infatti il mezzo per raccontare storie, sogni, visioni, che la, e “ci”, conducono in un viaggio tra le sfumature dell’anima e rimembranze poetiche. Come una sorta di scrittura automatica Claudia imposta i moduli dei suoi soggetti con “rigoroso disordine”, alterna figure a fanciulleschi “scarabocchi”, inserisce parole e note musicali. E’ un gioco, è un flusso di pensieri e di immagini, intrappolati dal colore, deciso e materico, spesso scuro, talvolta “fluorescente”. La donna lascia il passo alla bambina, che descrive la sua visione fantastica della realtà, trattandola anche con ingenua ironia. L’artista alterna, a seconda dei moti del suo animo, lavori di natura esuberante e giocosa, che la portano ad una felice collaborazione con l’artista Valter Milanato (con il quale promuove il cosiddetto “Movimento Fantarealista”), ad altri in cui riprende la sua ricerca sul corpo umano. Dipingere la figura umana rimane infatti il mezzo che conosce per comunicare la sua esistenza, di donna e di essere sulla terra. Decide, nella sua recente produzione, di lavorare sul tessuto e di portare le sue CRisalidi su abiti da sposa. Questa fase, che si lega anche in questo caso ad accadimenti di tipo autobiografico, elegge il corpo, destinato ora ad indossare la sua “opera d’arte”, a diretta e concreta voce della sua “vita d’artista”, laddove vita ed arte sono unica cosa. Elisa Schiesari